.| . Calar Ne Chîth .|.
Una Lanterna Nella Nebbia
by Enedhil
Legolas restò a lungo immobile davanti alla finestra della propria stanza, incapace di voltarsi, quasi che qualcosa, nella nebbia, lo richiamasse a sé con un canto ammaliante e silenzioso destinato soltanto a lui.
Non sapeva cosa potesse essere ma il suo spirito lo spingeva a restare lì, in attesa.
Ad un tratto però, attraverso il velo grigio che si estendeva a perdita d’occhio, vide un’ombra che sembrava fendere quello stesso velo ed avanzare proprio in direzione delle mura: una sagoma che diveniva via via più materiale e che, con passo deciso, aveva ormai attraversato il ponte.
Perché i tuoi passi ti hanno condotto qui, Aragorn?
Romantico/Sentimentale/Erotico | Slash | Rating NC 17 | One – Shot
Le fiaccole che delimitavano il sentiero ed il parapetto del ponte si intravedevano appena per via della fitta foschia che era scesa sui confini dell’Ithilien quella sera.
Osgillath sembrava essere stata avvolta da un grigiore placido e malinconico completamente opposto alla frenetica gioia che attraversava ogni strada di Minas Tirith dove gli abitanti erano pronti a celebrare l’inizio del nuovo anno e, con esso, la venuta della Quarta Era della Terra di Mezzo.
Ogni uomo che viveva oltre il Fiume aveva ormai attraversato quest’ultimo per andare a festeggiare attorno all’Albero Bianco, pertanto nell’accampamento e dentro le mura della città che era stata parzialmente ricostruita nei mesi precedenti, non erano presenti altri se non le creature eterne giunte per aiutare i Mortali in quei lavori, sotto la guida del principe di quella che, ora, veniva chiamata Foresta di Foglieverdi.
Per gli Elfi il tempo non passava alla stregua dei Mortali, e per quanto li riguardava, quel giorno non era altro che uno come tutti gli altri: la mezzanotte era ormai vicina ma nessuno di loro sembrava darle attenzione.
I lavori esterni si erano interrotti semplicemente a causa dell’oscurità e chi ancora si attardava al di fuori delle tende o nel cortile protetto dalle mura, non lo faceva di certo per dare importanza ad un preciso momento sul quale la luna avrebbe brillato comunque come su tutti quelli passati e futuri.
Poche luci provenivano dalle finestre e tra di esse, solo una appariva, a chi avrebbe guardato dall’esterno, più vicina e nitida delle altre.
L’elfo che aveva posato la lanterna sul davanzale era ancora fermo in quel punto ad osservare in lontananza nella nebbia che, ai suoi occhi, pareva smarrire parte della sua consistenza per rivelare i contorni di ciò che aveva avvolto.
La fiammella danzante della candela ricreava dei disegni insoliti e languidi sulla parete buia alle spalle di colui che l’aveva accesa, tanto che sembrava prendere spunto dagli stessi ricami argentati presenti sulla sua tunica, in un andirivieni di riflessi morbidi e casuali.
Legolas restò a lungo immobile davanti alla finestra della propria stanza, incapace di voltarsi, quasi che qualcosa, nella nebbia, lo richiamasse a sé con un canto ammaliante e silenzioso destinato soltanto a lui.
Non sapeva cosa potesse essere ma il suo spirito lo spingeva a restare lì, in attesa.
Ad un tratto però, attraverso il velo grigio che si estendeva a perdita d’occhio, vide un’ombra che sembrava fendere quello stesso velo ed avanzare proprio in direzione delle mura: una sagoma che diveniva via via più materiale e che, con passo deciso, aveva ormai attraversato il ponte.
Un’espressione incuriosita si formò sul suo viso sebbene nessuna parte del suo essere si sentì in allarme per l’insolito arrivo ad un’ora tarda e particolare come quella… e non appena la figura assunse le fattezze evidenti dell’Uomo che ben conosceva, la curiosità si rilassò in felice sorpresa.
Cosa ti porta qui, amico mio?
Non è in questi confini che si trova il tuo posto… non nella notte in cui l’Era del tuo nome sta per vedere rifulgente inizio.
Perché i tuoi passi ti hanno condotto qui, Aragorn?
∞∞
La porta della stanza si socchiuse quasi timidamente dopo che due colpi energici avevano palesato l’arrivo di quell’insolito viaggiatore.
Colui che, in quella serata particolare, aveva tolto la corona alata di Gondor per rivestire i panni del semplice ramingo che era stato, fece il suo ingresso senza attendere un permesso che era certo avere, e lentamente richiuse l’anta alle proprie spalle, lasciando cadere il cappuccio che aveva nascosto la sua identità alle guardie della Cittadella ma non ai Guardiani elfici che pattugliavano la zona del Fiume.
«Non è semplice come credevo giungere a te.» – esordì l’uomo, avanzando fino all’amico che si era girato nella sua direzione ancor prima di udire bussare – «Ho dovuto promettere al tuo Capitano tutto ciò che mi ha chiesto per avere il permesso di arrivare qui! E la cosa curiosa è che… non dovrebbe negare niente al suo re.»
Quelle affermazioni strapparono una risata divertita all’elfo, il quale unì le mani dietro la schiena, osservando ogni movimento del compagno.
«Non sei il suo re… mio padre lo è.» – lo corresse con convinzione, per poi aggiungere in tono più dolce quando l’uomo arrivò a sua volta accanto alla finestra, ad un passo da lui – «E sai bene che Lanthir non si lascia intimorire da un Mortale… né tanto meno da una corona. Il suo compito è quello di proteggermi.»
«Tu non hai bisogno di protezione. Non ne hai mai avuto. Le tue abilità superano di gran lunga quelle di ogni altro Uomo o Elfo che io abbia mai incontrato.»
«Dunque è questo il motivo della tua visita?» – gli chiese allora, guardando attentamente negli occhi azzurri che si erano posati subito su di lui – «Rimarcare le mie abilità di guerriero che hai osservato negli anni trascorsi… ora che uno nuovo sta per arrivare?» – lo vide accennare un lieve sorriso tirato ed aggrottò le sopracciglia – «Perché sei qui, Aragorn? Il mio cuore gioisce nel vederti, soprattutto dopo i lunghi giorni passati senza nemmeno scambiare una sola parola con te ma… non è questo il tuo posto, stanotte. Dovresti essere con la tua gente a festeggiare l’Era che l’alba vedrà nascere sulle tue Terre.»
Un profondo sospiro anticipò la risposta di Aragorn, pesante e ricolmo di tutti i dubbi che ancora premevano sul battito forte e impavido del suo cuore.
«A volte non riconosco più quale sia il mio posto.» – sussurrò, abbassando lo sguardo quasi che temesse qualsiasi replica da parte della creatura eterna che, proprio come si aspettava, arrivò immediatamente in un eco ai suoi stessi pensieri.
«Non smarrire la fermezza dei tuoi passi proprio ora! Quante volte il tuo spirito ha tremato? E quante ha ritrovato subito la giusta via da percorrere? Non ti puoi perdere ora, Estel.»
Quelle parole gli fecero rialzare subito gli occhi nei suoi ed il sorriso comprensivo che vide inclinare le sue labbra gli provocò un tuffo al cuore, il quale cominciò a battere con una forza tale in grado di cancellare ogni timore o esitazione.
Dopo tutti questi anni… bastano ancora poche frasi e riesci a impedirmi di cadere quando attorno a me tutto si sgretola.
E se anche mi parlassi di niente, sarebbe soltanto la tua voce a spingermi dove la mia anima teme di andare.
Sono stato davvero così cieco da non vedere?
Sono stato così sordo da non udire?
L’amicizia che mi bruciava dentro ha celato la verità ed il tempo ha assecondato le menzogne che mi dicevo… ma per quanto ancora?
«Non posso perdermi quando c’è una lanterna nella nebbia a guidare il mio cammino…» – gli mormorò però ad un tratto, indicando con un cenno l’oggetto sul davanzale.
Legolas sorrise, annuendo e sfiorando con le dita la parte superiore che scendeva sulla base lavorata e intarsiata attorno alla candela.
«Quando ero poco più che fanciullo… e ben lontano dall’essere il guerriero coraggioso che conosci…» – fece una pausa nel sentire la risata dell’uomo e si strinse nelle braccia, guardando fuori dalla finestra oltre le nebbie – «…mio padre mi ripeteva sempre che, se mai mi fossi ritrovato da solo e lontano da casa, avrei dovuto accendere una lanterna e metterla alla finestra più alta. In questo modo le persone che mi amavano e che sentivano la mia mancanza avrebbero potuto seguire quella luce e giungere fino a me.»
«Trovo… davvero insolito che Sire Thranduil possa pronunciare qualcosa di simile!»
«È sempre un padre, oltre ad essere un sovrano… ed io resto sempre suo figlio.»
Aragorn incontrò di nuovo il suo sguardo e dal suo tono scorse la stessa punta di ilarità che lui aveva usato nel parlare dell’altra creatura eterna, così gli sorrise dolcemente.
«Aveva ragione, dunque… ciò che ti ha consigliato… funziona.» – lo vide reclinare il capo di lato e riconobbe immediatamente quell’espressione confusa e incuriosita di chi sa di aver capito ma non ne è ancora del tutto certo che moltissime volte aveva già scorto sul suo viso, così deglutì ma proseguì comunque con un filo di voce – «La luce della lanterna… permette alle persone che ti amano e che sentono la tua mancanza… di raggiungerti… e anche di superare i tuoi Guardiani fastidiosi e ostinati.»
«Sembra di sì…» – sussurrò allora Legolas, sorridendogli teneramente quando scorse qualcosa tanto simile all’inquietudine nei suoi occhi, insieme ad altro che non riusciva a spiegarsi.
Ho sempre visto ogni cosa nel tuo sguardo, Aragorn… perché ora non ci riesco?
Perché ora… temo di farlo?
Se quello che scorgerò sarà lo stesso per cui la mia anima è in pena… come potrò affrontarlo?
Nasconditi ancora a me, Estel… speranza nella quale, nonostante tutto, non riesco a smettere di credere… perché questa notte, altrimenti, segnerà un cambiamento che cancellerà il confine tra giusto e sbagliato, ed ogni scudo di questo guerriero che hai sempre visto in me cadrà inevitabilmente in frantumi ai tuoi piedi.
Il re di Gondor aprì la bocca per parlare di nuovo ma da essa uscì solo un debole sospiro che annullò ogni replica convinta in favore di un bisbiglio tremante…
«Estelion i echannen min raeg nad aredaved. (Credo di aver commesso un imperdonabile errore)»
Si perse nelle iridi color del Mare che lo fissavano e, per un momento, desiderò non essere nessuno: non un sovrano degli Uomini, non uno sposo che doveva fedeltà, non un Mortale che non ha niente da offrire se non pochi e sfuggevoli anni.
«Cosa accadrebbe se tutto ciò che credevo di volere… non fosse in realtà ciò che il mio cuore anela? Cosa accadrebbe se… sentissi ogni cosa crollare sotto ai miei piedi… costantemente… se non quando…»
«O man pedich? (Di cosa parli?)»
Quell’interruzione parve arrivare proprio nell’istante in cui, tutto il suo essere, era sul punto di esplodere per la violenza di ciò che le emozioni contrastanti che sentiva gli stavano facendo provare.
Strinse i pugni lungo i fianchi ed abbassò le palpebre per ritrovare il controllo di sé che quella notte, con quel vento di cambiamento che pareva sferzargli lo spirito, non riusciva a conservare, ed infine scosse debolmente la testa…
«Solo frasi senza senso di un uomo che negli ultimi anni ha affrontato troppe battaglie e, pur avendole vinte, ne è comunque rimasto intaccato.» – un amaro sorriso gli piegò l’angolo delle labbra quando accennò col capo ad un saluto – «Perdonami, Legolas. Non avrei dovuto disturbarti con sciocchi pensieri che, alla mia età, ancora non ho imparato a tenere per me.»
Perderei ogni cosa… per un sogno che non potrà mai vedere i contorni dolci amari della realtà in cui viviamo.
Perderei lei e la fiducia che ha sempre riposto in me… verrei meno a delle promesse nelle quali ero davvero convinto di credere.
Perderei me stesso nell’estenuante ricerca di dare ad ognuno ciò che un sovrano deve concedere quando ogni mia priorità diventerebbe il tuo nome.
E perderei te… perderei la nostra amicizia che mi è cara più della vita stessa, perché ciò che provo supererebbe qualsiasi limite e, se ricambiato, ti priverebbe del Fato che è stato scritto per te.
Ma solo un folle reputa sensata la propria follia… e ciò che ho immaginato di vedere nel profondo del tuo Mare, forse non è altro che il riflesso di quello che i miei occhi non sono mai riusciti a nascondere completamente.
Forse non è altro che il mio cuore ciò che ho creduto di scorgere in ogni tuo sguardo e nient’altro che il mio stesso desiderio quello che disegnano le tue labbra in ogni sorriso a me destinato.
Solo un folle, questo sono stanotte.
Un folle che giunge davanti a te chiedendo risposte a domande che non osa porre, sperando in conferme a dubbi che teme di rivelare.
Perdona la mia follia, amico mio… perché una tua carezza non è mai stata altro che affetto, ed ogni tuo abbraccio, il solo vincolo che mi ha tenuto lontano dalla Morte quando Ella ha provato a reclamarmi troppo presto.
Aragorn si rese conto solo all’ultimo di essere rimasto immobile a fissare la creatura eterna mentre quei furtivi pensieri attraversavano la sua mente e fu in quell’istante che le sue sopracciglia si aggrottarono per la plausibile possibilità che il compagno avesse scorto qualcuno di essi in quel silenzio.
Ed anche quest’ultimo non disse niente quando l’uomo, con un rapido cenno di saluto e un mezzo sorriso, si voltò per allontanarsi; si limitò a seguire i suoi passi con lo sguardo fino a quando l’amico raggiunse il centro della stanza, incapace di formulare altro se non riflessioni incoerenti.
Dunque tremila anni su queste Terre non sono sufficienti per rendermi saggio difronte a ciò che più desidero e temo.
Il Tempo mi scivola tra le dita e mi lascia privo di ragione e criterio quando sei tu a guardarmi… non un’eternità basterebbe per farmi scordare i tuoi occhi ed ogni singola volta che si sono incontrati coi miei.
Dammi una buona ragione per farlo, Elessar… dammi un motivo per smettere di bramare ciò che non ho mai avuto e di desiderare ciò che non è mio da possedere, perché nemmeno questo tuo nome e la corona che porti, ormai, sono una barriera alta abbastanza per impedirmi di arrivare da te.
Fu allora che i battiti del suo cuore parlarono per lui, quando l’uomo fece ancora un passo oltre quel limite immaginario che pareva segnare la fine di ciò che mai era cominciato.
«Non mi perderai mai.» – lo sussurrò appena, voltandosi completamente verso di lui e notando che Aragorn stesso si era già fermato in quel punto, come se non fosse stato in grado di proseguire – «Qualunque cosa accada… tu non mi perderai. Anche se l’intero Mondo dovesse crollare sotto ai tuoi piedi, mi troverai al tuo fianco. Ogni decisione giusta che hai preso e prenderai… ogni errore che hai commesso e commetterai… in ogni tuo respiro colmo di incertezza o di indiscussa sicurezza… non ha importanza, Aragorn. Io sarò lì con te.»
Il re di Gondor strinse un istante le labbra, abbassando le palpebre come se stesse cercando di combattere qualcosa più forte di ogni sua volontà; afferrò l’impugnatura della spada che portava legata in vita quasi che fosse un appiglio per non cadere ed infine si girò su se stesso e con passi lunghi e decisi tornò davanti al compagno rimasto immobile alla finestra.
«Hannon le… (Ti ringrazio)» – gli mormorò, alzando la mano per posarla sulla sua spalla mentre il suo sguardo aveva già perso ogni lotta, soccombendo irrimediabilmente a quello color dell’oceano che aveva ritrovato.
Gli sorrise dolcemente appena sentì il tocco deciso dell’altro sopra alla spalla opposta ed incapace di allontanarsi, lasciò che le dita scivolassero lungo il suo braccio in una carezza amichevole che ripeté più volte fino al gomito e poi di nuovo in alto, ed arrivato ancora in quel punto, gli sfiorò col pollice il collo, al di sopra della stoffa lavorata che lo adornava.
Gli parve di scorgere le palpebre dell’elfo abbassarsi leggermente a quel solo tocco ma non si concesse il tempo di appurarlo perché, tentennando, accorciò quella breve distanza che era rimasta tra loro e chinò il volto accanto al suo per arrivare con la bocca al suo orecchio e ripetere nuovamente…
«Hannon le…» – un sospiro roco che racchiudeva però ben altro e che prese forma in un leggero bacio posato nel punto in cui la mandibola si incontrava col lobo.
Sotto al pollice ancora fermo sulla sua gola, avvertì la creatura eterna deglutire ma non riuscì nemmeno a pensare ad un possibile rifiuto per quel gesto azzardato perché, immediatamente, sentì la mano del compagno rialzarsi e chiudersi dietro la sua schiena per portare i loro corpi ad adagiarsi l’uno contro l’altro.
E lo abbracciò a sua volta, senza più il minimo indugio e senza temere ciò che il cuore, ora così vicino a quello dell’elfo, gli stava gridando.
«Qualunque cosa accada, Aragorn… ricordalo. Qualunque cosa accada…»
Quel rassicurante sussurro gli carezzò l’orecchio in un tacito invito a ciò che, lui stesso, non poteva più trattenere… ma se mai avesse avuto bisogno di un permesso, da parte sua, di sicuro sarebbe stato quello.
Si discostò da lui solo quel poco che bastava per poterlo guardare ancora negli occhi e in quegli attimi i loro sguardi si abbracciarono, si cullarono, ondeggiando languidamente proprio come i loro volti stavano facendo, in un andare e venire di dolci e insicuri sfioramenti che portavano volutamente le loro bocche sempre più vicine.
Legolas si lasciò sfuggire un sorriso nell’avvertire la barba dell’uomo graffiargli lievemente la guancia e il mento ma appena socchiuse le labbra per parlare, vide quelle del compagno fare lo stesso. Il respiro accelerato su di sé fu l’ultima così che sentì prima che, ad esso, si fuse insieme anche il suo in quel bacio che nessuno dei due sembrava aver cominciato ma che stava, nonostante tutto, avvenendo.
Come era stato anche l’inizio della loro conoscenza, al principio non fu altro che un continuo lambirsi di labbra, premute le une sulle altre… incerte, diffidenti, curiose.
Poi venne il desiderio di approfondire quel contatto ed i sospiri presero a cercarsi e rincorrersi, fuggendo dalla bocca del primo per gettarsi in quella del secondo come in un gioco fatto di rapide battute, di scherzi e sorrisi sinceri.
Ed infine tutto esplose nella più completa fiducia e devozione, celate dietro al termine amicizia insieme a qualcosa ancora troppo incomprensibile per essere espresso con altre parole: timorosamente le lingue si sfiorarono oltre le labbra socchiuse, si sentirono per la prima volta, si desiderarono, incapaci di trattenere oltre la selvaggia passionalità con la quale presero a cercarsi non appena ogni difesa di entrambi i compagni crollò.
L’abbraccio lascivo e bagnato insito in quel bacio non era altro che lo specchio di ciò che i loro corpi ancora non potevano ottenere, nonostante la stretta vigorosa e bisognosa nella quale erano uniti.
Anni e anni di esitanti tocchi e di sguardi smarriti e ritrovati, di parole sussurrate che ne significavano molte altre, di discussioni e di indispensabili riappacificazioni, di incostanti battiti nel petto e sempre più intense sensazioni: tutto insieme, tutto in quel bacio nella sua più totale, violenta e impetuosa passione.
Fu Aragorn a trasformare però quell’unione in qualcosa di diverso quando lasciò le labbra morbide del compagno per lambire con le proprie la sua guancia ed il mento in una foga quasi disperata; continui e frenetici baci che raggiunsero il collo e l’incavo della spalla in cui l’uomo si fermò per riprendere fiato e rendersi conto davvero della vicinanza che stavano avendo.
«Legolas…» – non un richiamo, non una domanda… solo il suo nome pronunciato con un evidente sgomento per qualcosa che, oramai, era diventato innegabile.
Continuò a tenere la mano ferma sulla sua guancia ed il braccio a cingergli la vita come se temesse di sentirlo scivolare via da sé… un’eventualità che non avrebbe nemmeno dovuto attraversargli la mente considerata la morsa con cui, le dita dell’elfo, gli stringevano ancora i capelli dietro la nuca.
«Biasimami ora…» – proseguì, con la voce arrochita dal desiderio che quel bacio aveva acceso in lui – «…guardami come se non mi conoscessi o non posare affatto i tuoi occhi su di me e sarà un rimprovero sufficiente per averti toccato.»
«Aragorn…» – un debole lamento lasciò la bocca socchiusa del principe del Reame Boscoso quando questi reclinò indietro il capo per portare lo sguardo umido di passione al soffitto e concedersi un po’ di respiro.
«Fallo, te ne prego… o il mio cuore non ritroverà più la strada che era stata posata davanti a lui.» – la voce del re di Gondor restò bassa, soffocata dal calore del corpo contro cui era premuta e addolcita dal profumo della pelle e dai lunghi capelli biondi tra i quali l’uomo cercava conforto – «Tu non sei mio da desiderare… tu non sei mio… da amare…»
«Nessun altro potrà mai reclamare queste proprietà.» – gli rispose però subito l’elfo, riabbassando la testa per parlare contro la sua – «Sono sempre state tue, Estel… da ancor prima che entrambi ce ne accorgessimo. Se chiedi a me un rimprovero per le tue azioni, devi anche essere disposto a impartirlo a tua volta perché la stessa debolezza macchia le mie mani e rende infedele il mio spirito.»
Aragorn rialzò allora il capo e guardò di nuovo il volto davanti al suo, posando entrambe le mani su di esso e sfiorando, con la punta delle dita, le tempie e le ciocche di capelli che, quella notte, la creatura eterna portava sciolti dietro le orecchie.
«Come posso sedere ancora su quel trono con onore? Ho un cuore traditore che mi batte nel petto… ed un corpo che…» – si interruppe un istante e fece scivolare il palmo lentamente sul suo collo e poi più giù, sui pettorali e l’addome dell’elfo che si alzavano e abbassavano per via del respiro rapido – «…arde al solo pensiero del tuo come mai avrei immaginato che potesse accadere. Tu sei sempre stato dentro di me, Legolas… ma sono stato un codardo fino ad oggi… troppo spaventato per vederlo.»
La mano dell’elfo si abbassò languidamente su quella del compagno quando questi fece per allontanarla e si strinse con decisione su di essa portandola all’altezza del petto.
«Sii coraggioso ora, dunque.» – gli sussurrò dolcemente, carezzandogli al tempo stesso il lato del viso col dorso delle dita – «Valoroso non è un cuore che non trema mai… ma quello che dubita, teme e cerca conforto… perché solo esso sarà capace di riconoscere la paura, affrontarla e vincerla.»
«Apri i miei occhi…» – bisbigliò in rimando l’uomo, stringendo il pugno sull’abito del compagno per tirarlo a sé, nonostante meno di un passo li dividesse – «…lascia che ti veda veramente.»
«Allora guardami…»
Il tempo di ultimo lungo ed intenso sguardo in cui tutti quelli che si erano scambiati in precedenza assunsero un’importanza diversa, dissolvendo il velo della sola amicizia per rendere evidente ciò che invece celava… ed Aragorn spinse nuovamente le labbra contro le sue con una iniziale disperazione che si trasformò in bramosia non appena la creatura eterna mise la mano dietro la sua nuca e lo strinse a sé.
Un bacio che divenne via via sempre più profondo, appassionato, esigente, tanto che Legolas, nella foga della risposta e dell’attacco che stava dando e impartendo, si ritrovò con la schiena contro l’arcata di pietra che delimitava la finestra davanti alla quale ancora erano.
Cercò di riprendere il proprio spazio, portando il compagno ad indietreggiare, eppure tutto ciò che in realtà fece, fu spingere se stesso contro di lui con una movenza sinuosa che portò i loro bacini a sentirsi e il sangue che scorreva nelle loro vene a bruciare ancor più ardentemente.
I gemiti sensuali di entrambi interruppero i respiri affannosi solo alcuni istanti, prima che le mani cominciassero ad agire senza più alcun timore e ad aprire gli alamari e i lacci degli abiti che i due compagni indossavano.
Il primo a finire sul pavimento fu il mantello che il re di Gondor aveva al collo, seguito dalla cintura di cuoio e dalla spada ad essa attaccata che provocò un echeggiante rumore metallico nel silenzio della stanza.
Improvvisamente entrambi si fermarono, di nuovo occhi negli occhi, ansimando per quel qualcosa che non era neppure iniziato ma che già aveva portato i loro corpi ad infiammarsi come a nessuno dei due era mai accaduto.
Aragorn allungò una mano, titubante, e la posò sulla guancia dell’elfo in una lieve carezza come se ancora non fosse sicuro di poter proseguire ma subito avvertì una presa sul polso ed un bacio umido sul palmo, tra le dita, ed infine vide che Legolas la stava spingendo sul proprio petto, tra i due lembi di stoffa che, in precedenza, erano già stati aperti.
Una tortura ed una benedizione.
Toccarti… averti qui… e pensare ad ogni notte persa nell’incertezza e nell’incapacità di dare un senso ai miei pensieri.
Mai più, Legolas… mai più permetterò alle ombre del dubbio di guidarmi.
Il solo sfiorare appena la pelle liscia e morbida lo spinse ad agire più violentemente di quanto volesse e nel giro di pochi istanti slacciò gli ultimi alamari e portò l’abito della creatura eterna a scivolare lungo le sue braccia, fino a gettarlo via.
Affamato delle labbra che da troppo non sentiva sulle proprie, si chinò nuovamente verso di lui, ma riuscì soltanto a lambirle per un attimo perché, imprevedibilmente, l’elfo gli mise una mano sul mento e lo fermò, sorridendogli però con malizia.
Il principe del Reame Bosco non disse niente mentre apriva abilmente i lacci della tunica del compagno, lasciandola scivolare a terra solo per poi afferrare la camicia che egli ancora indossava e strappargliela di dosso con uno strattone che fece ridere stupito colui che l’aveva subito.
Un altro sorriso fu soltanto ciò che concesse all’uomo quando questi cercò, ancora una volta, di prendere il suo viso ed ottenere un bacio; lo lasciò con le mani a mezz’aria e si abbassò su di sé per togliersi gli stivali e spingere i pantaloni alle caviglie… e solo allora si rimise diritto e accorciò la distanza che si era creata tra loro.
Dal canto suo, il re di Gondor si ritrovò esterrefatto a guardare quelle iridi blu, languide di lussuria ancora trattenuta, indeciso se concedersi di ammirare quel corpo, ora totalmente privo di veli, davanti a lui, oppure ottenere quel bacio per cui ancora stava spasimando.
Così reclinò in avanti il viso per sfiorare il suo, portando le loro labbra a lambirsi senza però osare altro; in quel momento avvertì un calore sul petto e si accorse che la creatura eterna aveva posato entrambe le mani su di esso ed aveva iniziato a percorrerlo verso il basso fino ad arrivare al confine delimitato dalla stoffa dei pantaloni.
«Indossi ancora qualcosa.» – sospirò Legolas contro la sua bocca, le prime parole sensate da quando avevano iniziato ad avvicinarsi in quel modo – «Intendi rimediare… o devo farlo io?» – senza aspettare però una risposta, fece un passo indietro per dargli lo spazio necessario, e non poté fare a meno di sorridere quando vide il compagno sfilarsi immediatamente tutto ciò che ancora portava… e non riuscì nemmeno ad impedire al proprio sguardo di scendere lungo quel corpo Mortale che non aveva mai osservato nella sua fiera interezza.
Inspirò profondamente come se non fossero solo i suoi occhi ma le sue stesse mani ad accarezzare i muscoli torniti delle braccia, i pettorali e l’addome celati dalla lieve villosità tipica della razza Mortale, il ventre e le curve dei fianchi che segnavano il percorso verso la virilità che aveva avvertito distintamente contro la propria coscia poco prima.
Come possono svanire così, in pochi attimi, anni di pura amicizia, trasformati nel più lascivo desiderio?
L’intensità con cui ti voglio mi fa dimenticare ogni altro corpo che ho sentito in precedenza… il bisogno estenuante di possederti interamente mi sta forse portando alla follia, eppure è anche il mio cuore che brucia di lussuria.
Primo fra tutti… sleale ma sincero… il primo amante che spasima per un tuo tocco.
Aragorn accennò un lieve sorriso imbarazzato nel sentirsi osservato con quell’intensità ma non ebbe il tempo di pronunciare qualcosa perché poco dopo ritrovò gli occhi della creatura eterna fissi nei suoi. Dimenticò presto il pudore che un uomo della sua età doveva aver lasciato alle spalle già da anni ed avanzò verso di lui, accorgendosi solo all’ultimo di averlo imprigionato ancora contro l’arcata di pietra della finestra.
«Vorrei… toccarti…» – un mormorio tremante ad un soffio da quelle labbra socchiuse mentre le sue mani, lungo i fianchi, parevano indugiare dal continuare.
«Non chiedermi permessi, Aragorn… li possiedi già.» – la risposta dell’elfo venne seguita da un profondo sospiro quando sentì le braccia dell’uomo circondarlo ed i palmi posarsi sulla sua schiena e percorrerla con forza fino ai glutei. Lo guardò, sfiorandogli le labbra con le proprie ma ancora si lasciò sfuggire un gemito quando si sentì afferrare i polsi prima di essere sospinto contro la pietra con le braccia rialzate sopra la testa.
La selvaggia carnalità era qualcosa che non aveva mai veramente conosciuto e, di sicuro, mai gli era successo con un appartenente al popolo Mortale, ma il bacio che l’uomo gli stava domandando, insieme al calore rovente di quel corpo contro al suo, gli fece dimenticare all’istante ogni suo passato, riportando ogni suo senso semplicemente a quel presente.
Aragorn sfiorò con le dita i palmi del compagno che teneva imprigionati ma più le loro lingue lottavano da una bocca all’altra, più tutto il resto del suo essere cominciava a ribellarsi alla calma che lui invece voleva possedere, e presto si trovò impulsivamente a spingere i fianchi contro quelli bloccati alla parete, gemendo rocamente, all’unisono con la creatura eterna, quando le carni rigide tra le loro cosce si scontrarono, scivolando voluttuosamente l’una contro l’altra.
Si guardarono ancora una volta, attraverso le palpebre semichiuse, incapaci di far fronte al primario bisogno fisico a discapito dei battiti che avevano nel petto e benché le fronti di entrambi fossero lievemente aggrottate per l’insieme incredibile di sensazioni che stavano provando, manifestando quella che poteva sembrare confusione, Legolas reclinò in avanti il mento e cercò la bocca del re di Gondor in un provocante invito a continuare.
Oltre a rispondere ardentemente a quel bacio, l’uomo gli lasciò i polsi e fece scorrere le mani lungo le sue braccia alzate con una estenuante e sensuale lentezza fino ad arrivare ai suoi fianchi che ghermì con foga e attirò contro i propri, iniziando così una danza lasciva tra i loro bacini che presero a strusciarsi senza più alcun ritegno.
Una supremazia insperata su una creatura che lo avrebbe vinto in forza in qualsiasi circostanza.
Una supremazia che riuscì ad avere per poco, perché presto, non appena si ritrovò libero di agire, Legolas prese le spalle del compagno e lo spinse indietro fino al lato opposto contro alla parete, facendolo voltare contro di essa.
Fu il suo turno di fare prigionieri ed in pochi istanti l’uomo si trovò coi polsi racchiusi nella stretta del compagno, contro la pietra sopra la sua testa, ed il resto del corpo esposto a ciò che, da quella posizione, non avrebbe nemmeno potuto vedere.
Ma non ci fu timore nel suo sguardo quando cercò di girare il viso per guardare l’elfo, e nemmeno era presente nel tremore della sua voce quando si perse in deboli e continui gemiti nel sentire l’altra mano della creatura eterna percorrergli la schiena, già fino ai glutei per poi salire di nuovo e ripetere lo stesso tragitto ma lungo la parte frontale del suo corpo.
Una carezza tanto leggera quanto insopportabile per i violenti fremiti che gli provocava al suo passaggio; un tocco desiderato e rovente che scivolò furtivamente sulle curve degli addominali, disegnando con la punta delle dita l’inguine e le cosce, solo per finire nel punto in cui il suo sangue pulsava alla necessaria ricerca del piacere.
«Legolas…» – nient’altro che quel nome, di nuovo, lasciò le labbra socchiuse del re di Gondor quando quest’ultimo sentì il pugno chiudersi sulla virilità risvegliata da quell’incontro inaspettato.
Solo quel nome e poi nient’altro che gemiti rochi e languidi mentre il palmo percorreva la sua carne e le dita la plasmavano nell’estasi che sarebbero state in grado di fargli provare in solo pochi momenti.
Lasciò cadere la testa all’indietro sulla spalla dell’elfo ed avvertì il suo respiro, altrettanto rapido, contro l’orecchio: qualcosa che, unita alla pressione che sentiva contro il fondoschiena e che palesava il desiderio altrettanto bruciante del compagno, portò la sua eccitazione a incendiarsi ancora di più, tanto che cercò disperatamente di liberare una mano per portarla su quella che gli stava dando piacere ed ottenere ciò che non riusciva più a controllare.
Non fu per clemenza che il principe del Reame Boscoso decise di concedergli quella libertà che l’uomo non sarebbe mai riuscito ad ottenere di sua iniziativa, ma solo per il bisogno che lui stesso sentiva di portare quell’atto di dissoluta passione dove era inevitabile arrivasse.
Allentò di poco la presa sui suoi polsi e gli permise di abbassare un braccio, sorridendo contro la sua guancia quando sentì immediatamente la sua mano sopra la propria, le dita che stringevano le sue freneticamente per fargli aumentare i movimenti e l’intensità di quell’intimo tocco.
Avere il dominio di quell’unione non era qualcosa che riteneva necessario perché, nonostante le differenze tra i loro popoli, aveva sempre considerato quel solo Uomo come suo pari in tutto e pertanto non sarebbe stata uno sconfitta arrendersi alla sua volontà in una situazione come quella: gli avrebbe concesso tutto ciò che desiderava e gli avrebbe permesso tutto ciò che chiedeva, senza limite alcuno… se solo non avesse significato l’inevitabile termine di ciò che stavano facendo.
Così fermò la mano, trasformando la movenza in un lieve tocco, e sorridendo divertito per il lamento di frustrazione che ottenne.
«Vieni nel mio letto, Estel… questo non è il luogo per…» – provò a spiegare quella sua intenzione ma le parole successive annegarono, insieme al suo sospiro sorpreso, nella bocca di Aragorn quando questi, voltandosi di scatto, rapì il suo corpo tra le proprie braccia e le sue labbra in bacio impetuoso quanto il piacere che non si erano ancora concessi.
I passi per arrivare al letto furono incerti, per via degli abiti sul pavimento nei quali i due compagni incespicarono, eppure abbastanza rapidi da ritrovarsi nel giro di pochi attimi con le gambe contro l’alto materasso ricoperto da coperte di velluto.
Fu l’uomo a ricadere rovinosamente su di esso, trascinando in maniera brusca l’elfo sopra di sé, e durante le risate che non riuscirono a trattenere per quel fatto, le loro labbra si cercarono ancora e ancora, finché l’ilarità svanì dietro alla sensualità che i loro corpi nudi e premuti l’uno sull’altro, richiamavano.
Adagiato sul corpo del compagno, Legolas non si tirò indietro dal proseguire quell’attacco sempre più travolgente e insistente, premendo coi palmi sui suoi pettorali per tenerlo fermo mentre le loro lingue si intrecciavano e scontravano senza darsi tregua.
Ad un tratto però quella foga venne rallentata dalle carezze che cominciò a sentire sul viso: Aragorn aveva rialzato entrambe le mani per sfiorargli gli zigomi coi pollici mentre le dita affondavano nelle lunghe ciocche dorate dei suoi capelli; i palmi inevitabilmente gli rasentavano i profili delle orecchie e tutte quelle sensazioni, insieme a quelle estremamente carnali che i loro lombi, uniti, già gli trasmettevano, presero a pervadergli il corpo con un’intensità tale da farlo gemere nella bocca dell’uomo istante dopo istante.
Una languida sinfonia che fece perdere totalmente la capacità di gestire le proprie azioni al re di Gondor, il quale, con un colpo di reni, sospinse la creatura eterna sul lato del letto e si mise nella posizione di supremazia che gli era più congeniale.
Non si trattenne dal baciarlo ancora e ancora, mettendo in quei baci la stessa selvaggia passione con cui il suo bacino si muoveva tra le cosce che si erano spontaneamente aperte contro i suoi fianchi, e quell’arrendevolezza da parte del guerriero che conosceva lo fece tremare, infuocandogli le vene a tal punto da far divenire la sua movenza quasi aggressiva.
Un impeto che infervorò e sorprese contemporaneamente anche l’elfo, il quale alzò una mano contro la testiera per cercare di contrastarlo ma usò l’altra sui suoi glutei per attirarlo comunque verso di sé.
«Ti stai arrendendo a me? Non avrei mai immaginato di riuscire a vincerti…»
Il sussurro ansimato contro il suo collo lo fece sorridere ma impiegò alcuni attimi per trovare il fiato e replicare con tutta la sincerità che non osava più frenare…
«Hai vinto molto tempo fa… è sempre stata una battaglia impari…»
«No… mi sarei piegato a te ad un solo tuo cenno.» – rispose allora Aragorn, restando immerso nel profumo di quei fili di seta morbida per scendere con le le mani sul petto, sui fianchi e ancora oltre; con le dita arrivò alle cosce, premendo con esse sui muscoli tesi, poi osò ripetere il percorso inverso fino al ventre e lì, pur con una certa timidezza, gli carezzò la virilità rimasta, fino a quel momento, intoccata – «Mi avresti battuto… in questo modo… fin dal primo istante.»
«Ho scelto… altri modi… a quanto sembra… fino ad ora…» – sospiri interrotti da altri sospiri furono la replica dell’elfo perché quelle carezze lo penetrarono come scariche di un fulmine che colpiscono lo stesso punto e col calore sconvolgente di una lingua di fuoco. Chiuse gli occhi, aggrappandosi con entrambe le mani alle sue braccia, non riuscendo a gestire l’intensità di ciò che quel solo tocco gli stava facendo provare, ed il suo viso venne alterato non solo dalla lussuria ma anche da confusione e paura.
Come se non avessi mai conosciuto le mani di un amante… cosa mi hai fatto, Estel?
Perché il mio corpo è già diventato dipendente dal tuo?
Onde prorompenti tra le quali desidero gettarmi… il mantello ignoto della notte nel quale voglio essere avvolto… che sia realtà od illusione non mi importa più.
Lasciami annegare nei tuoi flutti… avvolgimi nel tuo morbido velluto.
Non chiedo altro.
«Non ho mai visto questo timore sul tuo viso nemmeno nel mezzo della battaglia…» – gli mormorò rocamente Aragorn quando scorse quell’espressione corrucciata, senza però alterare il movimento della mano che era diventato un tutt’uno con quello languido del suo bacino.
«Non mi hai guardato quando… davanti al Nero Cancello, stavi per cadere sotto i colpi di quel troll.» – riuscì a sussurrare Legolas, aggiungendo con un tono disperatamente dolce – «Credevo di stare per perderti…»
«Non era scritto nel mio Destino…» – cercò di minimizzare l’uomo con un sorriso, posando un bacio sulle sue labbra socchiuse – «…ma anche se fosse accaduto…» – non riuscì però a continuare perché la creatura eterna si inarcò all’improvviso contro di lui, stringendogli una mano tra i capelli violentemente.
«Avrei abbattuto ogni nemico per raggiungerti… e se non ci fossi riuscito… o se fossi perito nel provarci… avrei implorato i Valar stessi di attraversare le nebbie del Tempo e di poter vivere un centinaio di altre vite per ritornare a quel momento… e salvarti.»
Le parole di Legolas, benché fossero sensualmente tremanti per il piacere che stava assaporando, frammentate dal respiro frenetico, gli sembrarono pronunciate col tono più autoritario e determinato che avesse mai udito scivolare da quelle labbra dal sapore di miele. Un fremito lo pervase, strappandogli un gemito, mentre quella stretta alla nuca lo faceva sentire infervorato ma, al tempo stesso, indifeso, imperfetto e umile, nei confronti di una creatura di Luce che avrebbe potuto avere quel potere ed oltre.
Così, di punto in bianco, si lasciò ricadere sul materasso permettendo all’elfo di sovrastarlo, con gli occhi fissi nei suoi e la mano libera a sfiorargli delicatamente il viso.
«Io ho solo una vita…» – gli bisbigliò, riprendendo ad accarezzarlo tra le cosce che, il compagno, aveva di nuovo allargato sui suoi fianchi per mettersi a cavalcioni – «…ed è nelle tue mani… come è sempre stata.»
Il principe di Bosco Atro non disse niente; non riuscì ad aggiungere altro perché in quegli occhi vide nuovamente ogni cosa: la più arrendevole sottomissione che un sovrano non dovrebbe mai mostrare, la devozione totale ad un legame che li aveva uniti fino a quel momento valicando ogni descrizione… e l’amore incondizionato, finalmente libero di ardere con fiamme alte e impetuose, reso splendente dal rosso bruciante della passione che stavano vivendo.
Continuò a guardarlo, nel sospirato silenzio che la carnalità gli permetteva di tenere, ed a sua volta scivolò con le dita tra le sue gambe e chiuse il pugno su di lui.
Lo toccò con forza e dolcezza fino a fargli perdere il controllo dei sensi, rubandogli ogni gemito con le proprie labbra ed ogni erratico movimento col proprio corpo, fino a quando lo sentì sciogliersi tra le dita… ed anche allora si impadronì del proprio nome con un bacio che diffuse il piacere dell’uomo fin dentro il suo stesso spirito.
Perso nell’estasi appena assaporata, Aragorn impiegò alcuni istanti per riprendersi e trovare le forze necessarie per cingere la vita della creatura eterna e farla cadere nuovamente sul letto; gli prese la mano che gli aveva dato piacere e la strinse nella propria, sul cuscino accanto al suo volto, intrecciando le dita con le sue ed usando quel punto come appoggio quando, con l’altra, raggiunse ancora il suo ventre e ricominciò a toccare la sua carne bollente ancora in attesa di trovare appagamento.
Avrebbe voluto parlargli, benché sapesse che non erano necessarie parole.
Avrebbe voluto baciarlo, benché fosse certo che, facendolo, avrebbe perduto quei gemiti dell’estasi che la sua fantasia mai aveva osato anche solo immaginare.
E avrebbe voluto amarlo completamente in ogni modo in cui due corpi maschili concedono di unirsi e con tutta la selvaggia foga che un atto di passione può provocare.
Tuttavia non fu lui, Aragorn di Gondor, a fare tutto quanto… ma i suoi occhi, non appena incrociarono quelli di Legolas coi quali si incatenarono durante quegli ultimi istanti di sfrenata lussuria.
I loro occhi si parlano, sussurrandosi ogni più dolce sentimento ed ogni più rovente provocazione.
I loro occhi si baciarono in uno sguardo profondo e languido che rese ancor più desiderato ogni altro bacio che non si erano mai scambiati.
E i loro occhi si amarono intensamente e intimamente, penetrando ogni barriera ed ogni insicurezza, più impetuosamente, ferocemente e appassionatamente di quanto i loro corpi di carne avrebbero mai potuto fare.
Quando sentì la propria estasi esplodere dentro di lui, Legolas continuò a restare stretto all’uomo con un braccio, mentre le dita intrecciate alle sue gli artigliavano il dorso in una morsa che sarebbe potuta sembrare dolorosa.
Non smise mai di fissarlo proprio come se bramasse mostrargli quella disperata sottomissione a lui, tanto quando aveva goduto di quella che aveva ricevuto poco prima da parte sua: non più un guerriero del Popolo Eterno o un principe di alto lignaggio, ma soltanto un corpo ed un’anima che si scioglievano per il tocco e l’amore di un Mortale.
Lentamente le fiamme che erano divampate in entrambi si assopirono in un morbido calore ed i compagni recuperarono un respiro cadenzato; fu però impossibile per loro allontanarsi e ritrovare gli spazi che li avrebbero riportati ad essere due esseri distinti, e difatti Aragorn non fece altro che posare una serie di lievi baci sulla tempia, lo zigomo e la guancia della creatura eterna, come a voler asciugare il sudore della passione che costellava la sua pelle ancora calda, fino a nascondere il viso nell’incavo del suo collo.
E Legolas stesso gli circondò le spalle con le braccia imprigionandolo con tutta la forza che ancora possedeva nonostante i suoi muscoli fremessero ancora d’abbandono per la lussuria appena assaporata.
Solo allora il mondo esterno ricominciò ad arrivare ai loro sensi e si resero conto all’unisono dei botti ripetuti che si udivano in lontananza e delle tenui luci colorate che filtravano dalla finestra, segno che la mezzanotte era infine giunta ed i fuochi d’artificio stavano illuminando il cielo di Minas Tirith.
«Forse ora avrai un motivo per ricordare l’inizio di un nuovo anno…» – gli mormorò allora il re di Gondor, chiudendo gli occhi per avvertire soltanto il suo profumo ed il respiro che lo cullava nella più soave delle nenie – «…e non mi congederai più con qualche scusa come hai fatto quelli precedenti.»
«L’hai fatto per darmi un valido stimolo a festeggiare?»
Nonostante la domanda, sentì il lieve tremore di una risata nel petto sul quale era adagiato e sorrise divertito.
«L’ho fatto… perché il mio cuore sarebbe esploso altrimenti.» – gli rispose, rialzando il capo per sfiorare il suo volto col proprio – «Non avrei sopportato di restare a guardare ancora quelle luci colorate nel cielo senza… avere la certezza che, nel voltarmi, avrei visto il tuo Mare nel quale annegare.»
«E quando finiranno, Aragorn…?» – sussurrò dolcemente Legolas ma con una punta di sconforto nella voce – «Quando i fuochi d’artificio non brilleranno più nel tuo cielo… cosa accadrà?»
Il re di Gondor non rispose subito, si limitò a fissarlo per un lungo momento, rubandogli un leggero bacio a fior di labbra, prima di trovare le parole giuste che avrebbero dato un senso al battito furente che sentiva nel petto.
«Ci sarà la tua lanterna ad illuminare il mio cammino attraverso la nebbia… per arrivare a te.»
L’elfo gli sorrise a sua volta, piegando un braccio per percorrere il lato del suo volto con la punta delle dita, premendo quasi volesse graffiarlo, proprio come fece anche con l’altra mano lungo la sua schiena, per appropriarsi di ogni più piccola parte di lui che fino a quel momento non aveva mai avuto.
«Dunque dovrò accendere un’altra candela… quella che c’è si sta esaurendo…» – glielo bisbigliò, socchiudendo le labbra contro le sue nella provocante richiesta di un bacio.
Ed Aragorn glielo concesse… un bacio e tutto ciò che quella creatura avrebbe mai potuto desiderare… ma prima di perdersi ancora nell’umido sapore di quella bocca di cui già sentiva la mancanza, si fermò un istante per sussurrargli…
«Ora non serve… ho la tua luce a farmi da guida.»
I rumori che provenivano da oltre il confine andarono via via scemando nel silenzio ma nessuno dei due compagni se ne accorse.
Un nuovo anno era iniziato e la Quarta Era della Terra di Mezzo avrebbe visto la gloriosa ascesa del regno degli Uomini sotto la guida di colui che aveva aiutato a sconfiggere l’Oscurità e riportato la Speranza.
Un uomo che avrebbe potuto vincere ogni battaglia con fierezza, onore ed indomita audacia… fatta eccezione per quella in cui il suo cuore ed il suo corpo si erano volutamente arresi.
Ma non ci sarebbe mai stato alcun testimone di quell’avvenimento, se non quella candela in una lanterna posata sul davanzale della finestra… la cui fiammella, invece di svanire in una scia di sinuoso fumo, prese all’improvviso ad ardere nuovamente.
∞∞ FINE ∞∞
Io li amo😍
Sono così felice. Grazie Ene, sei sempre eccezionale 💖
Awww 💜 e siamo felicissime anche io e le Mellyn!
Grazie a te per essere ancora qui con noi 😍😍
Ene